La diplomazia riparatrice di Obama
L’orizzonte immediato della visita di Barack Obama in Israele, la prima da presidente, è quello della “remedial diplomacy”, come la chiama il Washington Post: Obama vuole far dimenticare le turbolenze che hanno caratterizzato il suo rapporto con Benjamin Netanyahu, mitigare la percezione del fallimento dell’Amministrazione nel propiziare il processo di pace e rinsaldare l’asse con Gerusalemme. Se la visita alla tomba del padre del sionismo moderno, Theodor Herzl, è il contrappunto simbolico dell’intento obamiano, le dichiarazioni secondo cui l’Iran è a un anno dalla costruzione della bomba atomica vanno al cuore della questione.

L’orizzonte immediato della visita di Barack Obama in Israele, la prima da presidente, è quello della “remedial diplomacy”, come la chiama il Washington Post: Obama vuole far dimenticare le turbolenze che hanno caratterizzato il suo rapporto con Benjamin Netanyahu, mitigare la percezione del fallimento dell’Amministrazione nel propiziare il processo di pace e rinsaldare l’asse con Gerusalemme. Se la visita alla tomba del padre del sionismo moderno, Theodor Herzl, è il contrappunto simbolico dell’intento obamiano, le dichiarazioni secondo cui l’Iran è a un anno dalla costruzione della bomba atomica vanno al cuore della questione. Un diplomatico israeliano intervistato dall’analista David Makovsky dice che i tre argomenti principali della conversazione che Obama avrà mercoledì con il primo ministro sono “Iran, Iran e Iran” e la posizione della Casa Bianca si è modificata nel tempo rispetto alla “mano tesa” verso Teheran annunciata nel 2009 dal Cairo. Gli ayatollah, in cambio, hanno teso soltanto minacce nucleari che Gerusalemme e Washington gestiscono con un diverso senso di urgenza. Nelle dichiarazioni pubbliche l’Amministrazione americana ha spostato l’accento da un’improbabile soluzione diplomatica – che pure rimane l’opzione preferita della Casa Bianca – a sillabe più aggressive, perché il commander in chief non bluffa, come ha ricordato anche Joe Biden alla conferenza dell’Aipac. Ma la “red line” tracciata, anche letteralmente, da Netanyahu per rappresentare la soglia oltre la quale lo strike diventa inevitabile non è sovrapponibile a quella di Obama: la questione dirimente per Gerusalemme è l’arricchimento dell’uranio, per Washington è l’effettiva costruzione della bomba, cosa che permette a Obama di guadagnare tempo per tentare di avvicinare quelle linee rosse che non s’incontrano mai.
Per il presidente al secondo mandato in gioco c’è anche la legacy, l’eredità presidenziale. Diventare il presidente sotto il quale l’Iran ha ottenuto l’atomica non è una prospettiva allettante per Obama, che parte per Gerusalemme attento alla “remedial diplomacy” e come sempre al suo posto nella storia.